Decreto Semplificazione: Le proposte del CoLAP

PROPOSTE COLAP PER LA SEMPLIFICAZIONE

 

La semplificazione è un’opportunità per il Paese oltre che per i professionisti associativi. La semplificazione è strategica per il sistema economico e sociale e il coinvolgimento del mondo associativo può essere un valore aggiunto per provvedimenti e disposizioni di concreta applicazione. La leale e corretta collaborazione tra le parti è il presupposto per un Paese moderno, efficiente e democratico, per questo un processo di semplificazione serio in ogni caso deve tenere presente tutti proponendo una nuova forma di collaborazione che sia maggiormente strutturata verso la P.a.

Il ruolo delle innovazioni digitali non è sempre stato vissuto come un acceleratore dei processi e dei rapporti; le diverse amministrazioni faticano a lavorare per modelli standardizzati (ovvero che non variano al variare dell’amministrazione), il documento unico è per questo un’importante innovazione.

 

Se parliamo di “semplificazione”, pensiamo ad un sistema che snellisca i processi, che limiti la burocrazia, che favorisca e incentivi quindi i cittadini ad avviare una attività sia essa professionale o imprenditoriale; sino ad oggi la sensazione è che mediaticamente si parla di semplificazione, ma poi si appesantiscono vieppiù gli obblighi burocratici dei professionisti e contribuenti obbligandoli per altro a sopportare ulteriori costi di gestione.

La competitività e concorrenza delle professioni non può prescindere dalla semplificazione; la rimozione di vincoli, balzelli e blocchi può essere la vera spinta per la ripresa del mercato professionale.

 

PROBLEMATICHE E PROPOSTE

PARAMETRI EQUO COMPENSO

MOTIVAZIONE:

Con la Legge 81/2017 il mondo professionale italiano è stato trattato e considerato per la prima volta nella sua interezza: professionisti iscritti in ordine, albi e collegi e professionisti ai sensi della legge 4/2013. L’equo compenso è stato introdotto, per la prima volta, nel 2017, con un intervento sulla legge professionale forense, poi esteso ai professionisti indicati dall'articolo 1 della L. 81/2017 (il “Jobs Act del lavoro autonomo”) attraverso il decreto fiscale dello stesso anno (D. L. 148/2017), a sua volta parzialmente modificato dalla legge di Bilancio 2018.

Il limite più importante della norma sull’equo compenso, è che manca una definizione chiara, o indicazioni generiche su come definire i parametri di riferimento. La norma rimanda ai parametri ministeriali, che riguardano però prevalentemente, se non esclusivamente, le professioni organizzate in ordini albi o collegi, per tutte le altre non esistono ad oggi i parametri, pertanto, la norma resta disapplicata. Questo vuoto normativo continua a consentire ed alimentare i bandi pubblici per incarichi professionali a costi iniqui (abbiamo, per esempio, bandi per professionisti qualificati a 5 euro lordi l’ora) se non addirittura a compenso gratuito (ultimo esempio il bando del MEF per professionisti senior e qualificati con prestazione gratuita). Questa prassi, applicata ormai da amministrazioni centrali e locali, svilisce le professioni, impoverisce il sistema professionale e riduce enormemente la professionalità e le potenzialità occupazionali di questo settore.

A tal proposito è necessario un ulteriore intervento normativo che renda effettivamente applicabile la norma, soprattutto nei confronti dei professionisti di cui alla Legge 4/2013 che rappresentano una massa disomogenea di professioni che collaborano con PA e grandi imprese.

Andrebbe prioritariamente rafforzato il principio, già stabilito nella disposizione, secondo cui il compenso deve essere “proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto”. Nella determinazione del parametro si dovrebbe tenere conto delle qualifiche, dell’insieme di competenze di cui è in possesso e della totalità delle esperienze maturate dal professionista. Un altro elemento interessante che potrebbe concorrere alla definizione dei parametri sono i compensi professionali applicati dall’Unione Europea in occasione dei progetti finanziati. È necessario innanzitutto identificare il luogo e le modalità di confronto per la definizione di questi parametri. Pertanto il CoLAP propone la realizzazione di un tavolo ministeriale presso il Ministero del lavoro con tutte le forme aggregative iscritte all’elenco del MISE, i consumatori, i grandi clienti e la PA.

PROPOSTA:

Ai fini della determinazione dei parametri per un equo compenso per i professionisti organizzati in ordini albi o collegi e i professionisti ai sensi della legge4/2013, si istituisce all’interno del tavolo di cui all’art.17 della legge del 22 maggio n.81, un comitato permanente cui partecipano gli Enti ed Ministeri Interessati, l’AGCM, gli ordini, albi e collegi professionali, i consumatori, rappresentanze delle grandi imprese italiane, le forme aggregative iscritte nell’elenco del Mise ai sensi della legge 4/2013.

 

Si propone la delega al Ministero del Lavoro di emanare il regolamento attuativo del tavolo tenendo presente che il tavolo potrà prevedere delle commissioni:

per la definizione dei parametri delle prestazioni riguardanti attività riservate ai professionisti organizzati in ordini albi o collegi.
per la definizione dei parametri delle prestazioni libere erogate dai professionisti ai sensi della legge 4/2013
per la definizione dei parametri delle prestazioni libere ancorché tipiche dei professioni regolamentati erogate dai professionisti regolamentati e dai professionisti ai sensi della legge 4/2013.

 

2)RIFORMA CODICI ATECO MOTIVAZIONE:

La classificazione delle attività economiche attraverso i codici ateco rappresenta oggi uno strumento di riferimento indispensabile per definire i comportamenti economici e, conseguentemente, anche gli adempimenti fiscali dei professionisti, e per veder identificata la propria attività e poter accedere anche ad appalti pubblici. La realtà economica è, però, in perenne cambiamento e, quindi, qualsiasi classificazione tende, naturalmente, ad invecchiare per il mero trascorrere del tempo. Oggi per molti professionisti risulta particolarmente difficile identificare il codice Ateco relativo alla propria attività sia perché la classificazione, per la sua rigidità, non si è nel tempo adeguata al cambiamento del mercato che ha visto scomparire alcune professioni e nascerne nuove; sia perché la classificazione è così variegata che diventa un lavoro ardito identificare esattamente il codice che rispecchi l’attività. In molti casi, pertanto, si applicano i codici per analogia.

L’attuale classificazione comporta le seguenti complicazioni:

difficoltà di identificazione da parte dell’ufficio delle entrate del codice ateco corrispondente all’attività professionale che si esercita, con conseguente rigetto della richiesta di apertura della partita iva o di identificazione di un codice non coerente con l’attività esercitata.
Gli appalti e le gare pubbliche fanno riferimento al sistema ateco e ristringono notevolmente il campo di azione dei professionisti, tra l’altro tutte le professioni che non trovano il loro codice spesso attingono a quello definito “altro” che difficilmente viene richiesto per l’affidamento di incarichi.

Con l’attuale formulazione si rischia di tenere ai margini del mercato professionale competenze ed eccellenze per il solo fatto di non contemplarle nella classificazione ateco.

PROPOSTA:

Delegare al Ministero dello Sviluppo economico, il compito di rivedere i codici Ateco prevedendo una classificazione delle attività economiche suddivisa per “macroaree produttive”

Il Ministero della Funzione pubblica in attesa della revisione dei codici Ateco provvederà ad informare tutte le stazioni appaltanti affinché il riferimento all’attività professionale richiesta nel bando pubblico non sia identificata unicamente dal codice ateco “.

 

3)APPLICAZIONE DEL DECRETO 1/2012 DISPOSIZIONI URGENTI PER LA CONCORRENZA, LO SVILUPPO E DELLE INFRASTRUTTURE E LA COMPETITIVITÀ

 

MOTIVAZIONE:

Il Decreto Legge 24 gennaio 2012 n.1 “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo e delle infrastrutture e la competitività” ci offre già gli strumenti per potenziare la competitività, ma occorre trasferirli all’interno del tessuto normativo ed economico del nostro paese.

 

Il Titolo I –Concorrenza, infatti, all’art.1 (Liberalizzazione delle attività economiche e riduzioni degli oneri amministrativi sulle imprese) esplicitamente dichiara che, in attuazione dell’art.41 della cost. e del principio di concorrenza sancito dal Trattato dell’Unione Europea, sono abrogate:

le norme che prevedono limiti numerici, autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti di assenso dell’amministrazione comunque denominati per l’avvio di un’attività economica non giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con l’ordinamento comunitario nel rispetto del principio di proporzionalità;
le norme che pongono divieti e restrizioni alle attività economiche non adeguati o non proporzionati alle finalità pubbliche perseguite, nonché le disposizioni di pianificazione e programmazione territoriale o temporale autoritativa con prevalente finalità economica o prevalente contenuto economico, che pongono limiti, programmi e controlli non ragionevoli, ovvero non adeguati ovvero non proporzionati rispetto alle finalità pubbliche dichiarate e che in particolare impediscono, condizionano o ritardano l’avvio di nuove attività economiche o l’ingresso di nuovi operatori economici ponendo un trattamento differenziato rispetto agli operatori già presenti sul mercato, operanti in contesti e condizioni analoghi, ovvero impediscono, limitano o condizionano l’offerta di prodotti e servizi al consumatore, nel tempo nello spazio o nelle modalità, ovvero alterano le condizioni di piena concorrenza fra gli operatori economici oppure limitano o condizionano le tutele dei consumatori nei loro confronti.

Ed aggiunge al successivo comma 2:

Le disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o condizioni all’accesso ed all’esercizio delle attività economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato alle perseguite finalità di interesse pubblico generale, alla stregua dei principi costituzionali per i quali l’iniziativa economica privata è libera secondo condizioni di piena concorrenza e pari opportunità tra tutti i soggetti, presenti e futuri, ed ammette solo i limiti, i programmi e i controlli necessari ad evitare possibili danni alla salute, all’ambiente, al paesaggio, al patrimonio artistico e culturale, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e possibili contrasti con l’utilità sociale, con l’ordine pubblico, con il sistema tributario e con gli obblighi comunitari ed internazionali della Repubblica.

Sarebbe sufficiente richiamarle per ottenere il prezioso risultato di rimozione di qualsiasi vincolo e limite all’esercizio della professione che non trovi giustificazione in un interesse pubblico e, contestualmente, si avrebbe un principio ermeneutico di natura generale che incentiverebbe sia l’inizio di un’attività autonoma che la sua continuità. L’applicazione di questa norma già vigente andrebbe a risolvere l’anacronistico conflitti tra chi difende gli spazi liberi (le associazioni professionali) e chi tenta di allargare le riserve (ordini professionali).

Riduzione della competitività e degli spazi liberi professionali: con la legge 4/2013 si afferma il secondo pilastro delle professioni italiane: le professioni regolamentate da un lato e le professioni associative dall’altro. Il problema è il tentativo costante di restrizione degli spazi professionali liberi da parte delle professioni regolamentate che tentano di allargare immotivatamente le riserve.

Per esempio nell’applicazione della legge 4/2013 la difficoltà principale è stata riscontrata con quegli ordini professionali le cui leggi istitutive non specificano chiaramente le attività riservate e tentano di intervenire a danno grave della competitività e della libertà del mercato professionale. Il problema è la restrizione del mercato e la riduzione della libera concorrenza, con conseguente restringimento degli spazi professionali liberi e della libertà per il cliente di scegliere liberamente il proprio professionista e il servizio professionale e per i professionisti di veder contrarre le sue possibilità di esercizio della professione. Tale riduzione della competitività è anche una forte freno per la spinta all’internazionalizzazione delle professioni associative, che non trovando spazio nei confini nazionali sempre più sono costrette ad ambiti professionali ridotti che ne impediscono lo sviluppo e la crescita.

 

PROPOSTA

Tutte le disposizioni recanti divieti, restrizioni, oneri o condizioni all’accesso ed all’esercizio delle attività economiche sono in ogni caso interpretate ed applicate in senso tassativo, restrittivo e ragionevolmente proporzionato alle perseguite finalità di interesse pubblico generale ai sensi dell’art. 1 del decreto 1/2012 come principio di rimozione di qualsiasi vincolo e limite all’esercizio della professione che non trovi giustificazione in un interesse pubblico costituzionalmente rilevante.

 

4)LA SUSSIDIARIETA’ DEI PROFESSIONISTI ASSOCIATIVI MOTIVAZIONE:

L’Art. 5. della LEGGE 22 maggio 2017, n. 81, prevede la “Delega al Governo in materia di atti pubblici rimessi alle professioni organizzate in ordini o collegi”.

La previsione limita la possibilità di applicazione della sussidiarietà ai soli professionisti iscritti agli ordini e collegi, ignorando la legge 4/2013 e il sistema duale delle professioni in Italia. Questa limitazione, peraltro, altera in maniera ingiustificata il sistema della libera concorrenza, restaurando vecchie riserve e vincoli immotivati.

La Legge 4/2013 in attuazione dell’art.117 cost. e nel rispetto dei principi dell’Unione Europea in tema di concorrenza, disciplina le libere professioni ad esclusione di quelle organizzate in ordini, albi o collegi, delle professioni sanitarie e delle attività e dei mestieri artigianali, commerciali e di pubblico esercizio.

La legge all’art.2 riconosce alle associazioni, nate su base volontaria, senza alcun vincolo di rappresentanza esclusiva, il ruolo di valorizzare le competenze degli associati e di garantire il rispetto delle regole deontologiche degli iscritti ed agevolando a scelta e la tutela degli utenti nel rispetto delle regole della concorrenza. Le stesse associazioni in possesso dei requisiti previsti dall’art.7 della Legge, possono rilasciare agli iscritti che ne facciano richiesta, sotto la responsabilità del proprio rappresentante legale, l’attestazione di qualità e di qualificazione professionale dei servizi. Le associazioni in possesso dei requisiti di legge possono richiedere l’iscrizione nell’elenco del Ministero dello Sviluppo Economico. Iscrizione che non ha valore di regolamentazione né di riconoscimento della professione, ma di messa in evidenza delle competenze dei professionisti iscritti e delle loro regole deontologiche, con l’obiettivo di facilitare la scelta del professionista qualificato da parte dell’utente.

PROPOSTA

Estensione della previsione di cui all’art.5 della LEGGE 22 maggio 2017, n. 81, ai professionisti ai sensi della legge 4/2013 iscritti ad una associazione professionale inserita nell’elenco del Mise.

 

5)ISTITUZIONE PROCURATORE TELEMATICO MOTIVAZIONE:

L’innovazione tecnologica con annessa trasformazione digitale è sempre più pervasiva. L’adempimento telematico è uno degli aspetti più innovativi che il Paese ha saputo produrre anche se, ad oggi, il passaggio a questo nuovo modalità si è concretizzato solo in una modifica di “modelli” da cartacei a digitali, ma non nella semplificazione dell’adempimento.

L’art. 31 della legge 340/2000 ha previsto, ai commi 2-quater e 2-quinquies, alcune specifiche facoltà, in capo a determinate categorie professionali, in materia di presentazione di atti ed istanze al registro delle imprese in modalità informatica. In particolare, le disposizioni in parola hanno attribuito ai soggetti <<iscritti negli albi dei dottori commercialisti, dei ragionieri e periti commerciali>>, muniti di firma digitale e allo scopo incaricati dai legali rappresentanti della società interessata, la facoltà di:

depositare gli atti indicati nel citato comma 2-quater, sottoscrivendo digitalmente l’istanza di deposito in luogo dei soggetti obbligati, purché, allo scopo incaricati dai legali

 

rappresentanti della società interessata. in buona sostanza, le categorie professionali potranno semplicemente dichiarare, sotto la propria responsabilità (nell’ambito della pratica inoltrata al registro delle imprese), di avere ricevuto l’incarico in questione.

attestare la conformità (ai sensi del comma 2-quinquies) degli atti

 

Tale norma ha, di fatto ha realizzato una “riserva” escludendo molte categorie di professionisti, parimenti preparate, formate, aggiornate e competenti. Peraltro, data l’irragionevolezza della previsione, la stessa Unioncamere, nella prassi ha sempre ritenuto valida una Procura Speciale che l’azienda poteva rilasciare a qualunque soggetto ritenesse idoneo; la stessa procedura è stata accettata a discrezione delle Camere di Commercio (in Italia lo hanno adottato il 70% degli uffici). Procedura che poi è stata riconosciuta idonea e qualificata anche per altri ambiti pubblicistici e/p autorizzatori quali ad esempio il Suap (Sportello Unico Attività Produttive) e altri.

Vietando la possibilità di tale procura, si complica il sistema di presentazione degli atti, con aggravio di oneri a carico delle aziende e con l’esclusione dal mercato di tutti i professionisti di cui alla legge 4/2013, con una inevitabile alterazione del sistema della libera concorrenza. La proposta, pertanto, tende a fornire uno strumento di semplificazione che possa consentire l’intervento di un soggetto terzo appositamente identificato, responsabile nella gestione di un procedimento amministrativo telematico, che garantisca competenza e professionalità.

 

PROPOSTA

Istituzione della figura del “PROCURATORE TELEMATICO” che abbia la rappresentanza dell’utente nei confronti della pubblica amministrazione tramite:

Il conferimento da parte di un Utente (imprenditore, professionista, cittadino, ente) ad un soggetto terzo, del potere di rappresentanza, per il compimento di specifici e univoci atti nei confronti della pubblica amministrazione, comprese e in particolare le operazioni telematiche, deve essere conferita a mezzo di delega con sottoscrizione non autenticata ed accompagnata da copia fotostatica di un documento di identità del delegante. È fatto divieto alla pubblica amministrazione di richiedere la produzione della delega in forme diverse. Il delegato al compimento di atti che presuppongano una procedura telematica dovrà essere munito di un dispositivo di firma digitale qualificato, emesso da un Ente certificatore accreditato. Con Decreto del Ministero competente saranno definite le categorie di soggetti che per professionalità ed esperienza maturata nel campo della intermediazione amministrativa potranno assumere la veste di delegato.

Non è previsto alcun onere a carico dello Stato.

 

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